Infondate preoccupazioni #7

 

Care Colleghe, Cari Colleghi,

ben ritrovati. In questo numero desidero tornare sulle preoccupanti prospettive di sviluppo del nostro Ateneo, emerse dall’analisi del bilancio di previsione 2026, già discussa nel precedente numero della mia rubrica.

In particolare, ritengo necessario fare chiarezza sulle cause che ci hanno condotto a questa situazione allarmante. Alcuni commenti che ho letto tendono infatti ad attribuire la responsabilità esclusivamente alla condizione di sottofinanziamento dell’università italiana. Pur riconoscendo che tale problema esista, credo tuttavia che vi siano anche precise responsabilità riconducibili alle scelte praticate dal nostro Ateneo. Mettere in luce questi aspetti è, a mio avviso, un dovere, soprattutto considerando che tra meno di un anno e mezzo saremo chiamati a rinnovare i vertici dell’Ateneo. Poiché una delle ipotesi attualmente sul tavolo prevede una sostanziale continuità con la gestione degli ultimi anni, ritengo indispensabile fornire tutti gli elementi utili per consentire una scelta realmente consapevole sul futuro della nostra Università.

Premetto, come già fatto nel numero precedente, che il sottofinanziamento dell’università italiana rispetto alla media UE-27, pari a circa due punti percentuali di PIL, è un fatto ormai assodato e di natura patologica.

La Figura 1 riporta l’andamento del Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO), sia in termini nominali (curva blu) sia reali (curva arancione), dal 2000 a oggi. È evidente come, a fronte di una crescita dell’FFO nominale, l’FFO reale sia tornato nel 2021 ai livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2008, per poi registrare una nuova lieve flessione nel 2022 e 2023, con un parziale recupero nel 2024. Possiamo quindi concludere che l’FFO reale si colloca oggi poco al di sotto dei livelli pre-crisi del 2008. Tuttavia, stupirsi del fatto che l’FFO sia sostanzialmente allo stesso livello di quindici anni fa senza considerare l’andamento del PIL italiano è un po’ come chiedersi perché dal rubinetto esca meno acqua quando piove meno.

La Figura 2 mostra l’andamento del PIL italiano in termini reali dal 2000 a oggi, evidenziando come anche il PIL sia tornato nel 2023 ai livelli pre-crisi del 2008.

In sostanza, come è noto a molti, l’FFO si muove in modo sostanzialmente parallelo al PIL reale. Mi chiedo quindi se, in un Paese in cui il PIL è fermo da quindici anni e in cui l’unica variabile che cresce con continuità è il debito pubblico, sia lecito e realistico attendersi incrementi significativi del FFO. Lecito, forse sì, proprio perché l’università italiana è sottofinanziata; probabile, temo proprio di no.

Questo quadro macroeconomico — che ribadisco essere ben noto — fornisce un’indicazione molto chiara a chi amministra un’università: la necessità di una gestione prudente delle spese, in particolare di quelle fisse, come il personale soprattutto se il bilancio è in gran parte dipendente dal FFO. Siamo stati prudenti? Vediamo.

Per rispondere alla domanda di cui sopra, Vi propongo di esaminare i grafici che seguono.

Il grafico di Figura 3 mostra l’andamento dell’Indicatore di Spesa del Personale (ISP) dell’Università di Palermo a confronto con la media nazionale dal 2016 a oggi. Dal grafico emergono diversi elementi rilevanti:
a) Unipa si colloca stabilmente al di sopra della media nazionale, che rimane sotto il 70%;
b) la media nazionale dell’ISP è tornata nel 2025 ai livelli del 2016, dopo una riduzione progressiva fino al 2024;
c) fino al 2022 Unipa ha seguito un andamento sostanzialmente in linea con la media nazionale, ma a partire da quell’anno l’ISP dell’Ateneo ha mostrato una crescita decisamente più marcata.

Quest’ultimo aspetto risulta ancora più evidente nel secondo grafico, che rappresenta la differenza tra l’ISP di Unipa e la media delle università italiane. La distanza passa dai 9 punti percentuali del 2017 a meno di 5 punti nel 2021, per poi tornare a crescere a partire dal 2022, raggiungendo nuovamente i 7 punti.

Un’ulteriore conferma delle politiche espansive adottate da Unipa a partire dal 2022 emerge dalla Figura 5, che riporta l’andamento del rapporto tra professori ordinari e il totale di professori ordinari e associati (PO/(PO+PA)), rapporto soggetto a vincolo ai sensi del DPCM 27 novembre 2024. In particolare, la figura mostra la differenza tra tale rapporto per Unipa (curva arancio) e quello dei mega-atenei italiani (Bologna, Firenze, Milano, Napoli Federico II, Pisa, Roma La Sapienza, Torino) – curva blue. Anche in questo caso si osserva chiaramente che:
a) Unipa si colloca al di sopra della media dei mega-atenei;
b) tra il 2016 e il 2021 l’Ateneo ha seguito una politica di riduzione del rapporto, in linea con l’andamento medio nazionale;
c) a partire dal 2022 il rapporto torna invece a crescere in modo deciso, raggiungendo il 43%, ovvero circa 6 punti percentuali in più rispetto alla media dei mega-atenei.

È dunque evidente che, a partire dal 2022, il nostro Ateneo ha consapevolmente adottato politiche espansive in materia di personale docente e di composizione delle carriere. Questo andamento non può essere ricondotto all’evoluzione dell’FFO nazionale, poiché Unipa si è chiaramente discostata dalle medie nazionali. Perché? Quali sono state le motivazioni di tali scelte, in presenza di un quadro macroeconomico che suggeriva invece la massima prudenza?

È innegabile che queste politiche abbiano prodotto benefici per molti colleghi, sotto forma di progressioni di carriera e nuove immissioni in ruolo. Ma oggi? Oggi che l’ISP di Unipa ha superato il 78% e che il bilancio di previsione 2026 è atteso in pareggio solo grazie all’impiego di 6 milioni di euro di riserve, quali risposte siamo in grado di dare ai 685 professori associati del nostro Ateneo? Cosa possiamo dire a chi sostiene carichi didattici ben superiori ai 12 CFU previsti dal regolamento, per garantire il supporto agli studenti di cui tutti abbiamo bisogno, e attende nuove immissioni per riportare il proprio impegno entro limiti sostenibili? E, soprattutto, siamo davvero certi che, a fronte di una bassa probabilità di incrementi significativi del FFO, il nostro Ateneo non stia esponendosi a possibili tensioni finanziarie nel prossimo futuro?

Come ho già avuto modo di sottolineare, le prossime decisioni relative all’utilizzo delle scarse risorse disponibili dovrebbero essere assunte con estrema cautela e nel rispetto di un principio di equità. A titolo di esempio, mi sorprenderebbe vedere assegnate risorse di punti organico di Ateneo a proroghe di RTD-A PNRR in settori scientifico-disciplinari in cui il carico didattico programmato non raggiunge nemmeno i 9 CFU, come peraltro stabilito da una precedente delibera del CdA (il punto è all’ordine del giorno del prossimo CdA).

Consentitemi una considerazione finale. Qualcuno potrebbe ritenere che quanto esposto rientri nelle consuete elucubrazioni quantitative, espressione di una cultura ingegneristico-gestionale spesso percepita come distante, se non addirittura impopolare. Purtroppo, non è così. Le questioni richiamate incidono in modo molto concreto sulla nostra vita quotidiana e sul nostro lavoro all’interno dell’Ateneo che tutti noi, sinceramente, amiamo.

È vero: dire verità scomode può risultare impopolare. A questo proposito mi torna alla mente una citazione di una lettura adolescenziale, Il Principe di Machiavelli, laddove si afferma che «governare è far credere». Consentitemi però di osservare che, per quanto si vede in giro oggi, forse stiamo spingendo questo principio un po’ troppo oltre.  

Grazie per la lettura e per l’attenzione e arrivederci al prossimo numero.

 


Figura 1. Andamento del FFO nazionale in termini nominali e reali – Fonte FLC CGIL

 

 

 

Figura 2. Quadro macroeconomico Italia 2020-2024 – Fonte dati Osservatorio CPI



 

 Figura 3. Andamento ISP medio università italiane vs Unipa – Fonte dati MUR



 

Figura 4. Differenza tra ISP Unipa e media università italiane – Fonte dati MUR

 

 

 

Figura 5. Confronto rapporto PO/(PO+PA) – Fonte dati MUR organico

 




Commenti

Post popolari in questo blog