Infondate preoccupazioni #8
Care Colleghe, Cari Colleghi,
ben ritrovati. Lo scorso 6 febbraio 2026 abbiamo ricevuto il resoconto delle deliberazioni assunte dal Consiglio di Amministrazione nella seduta del 29 gennaio. In tale documento, tuttavia, non veniva riportata la delibera alla quale intendo ora fare riferimento, peraltro già anticipata nel precedente numero della mia rubrica.
Mi riferisco alla decisione con cui il CdA è tornato su una precedente deliberazione, modificandola in parte, e ha disposto l’assegnazione di punti organico di Ateneo per la proroga di RTD-A PNRR in settori scientifico-disciplinari nei quali il carico didattico programmato non raggiunge neppure i 9 CFU.
È opportuno precisare che, sotto il profilo contabile, la decisione non comporta particolari criticità: le risorse risultavano già stanziate nel bilancio 2025 e l’entità complessiva non è significativa.
Ciò nondimeno, la delibera solleva, a mio avviso, due questioni rilevanti.
La prima riguarda lo stile di governance. Infatti, non si comprende come mai, in questo Ateneo si assumono delle deliberazioni che poi vengono in qualche modo disattese o rilassate. Perché? Perché prima era stato chiesto ai dipartimenti di trasmettere le richieste di rinnovo solo per i SSD che superavano i 9 CFU di carico didattico e poi si è chiesto di trasmettere tutte le richieste perché sarebbe stato il CdA a decidere nel merito? Perché nel resoconto informale inviato dai consiglieri di amministrazione il 16 Febbraio 2026 si legge “…che per tutte le posizioni su cui si richiedono le proroghe vi è un forte impegno nella didattica…” e non si legge che tutte le posizioni soddisfano il criterio di un impegno didattico superiore a 9 CFU? Perché questa vaghezza? Perché in un quadro economico-finanziario come quello presente si delibera addirittura uno sforamento, seppure esiguo, di 0,1 p.o.?
Purtroppo, non conosco la risposta ma so che la credibilità politica e istituzionale di un’amministrazione si fonda sulla sua capacità di assumere decisioni coerenti e di mantenerle nel tempo, garantendo prevedibilità e stabilità del quadro regolativo entro cui gli utenti, in questo caso tutti noi, orientano i propri comportamenti. Infatti, la continuità decisionale favorisce l’allineamento delle aspettative e incentiva comportamenti cooperativi e conformi agli obiettivi collettivi. Allo stesso tempo, quando mutamenti di contesto rendono necessaria una revisione delle deliberazioni, è essenziale che l’amministrazione motivi in modo trasparente le ragioni del cambiamento, preservando così la fiducia pubblica e la legittimità dell’azione amministrativa. Purtroppo, ciò non è avvenuto.
La seconda questione è di natura più sostanziale. Come ho più volte sottolineato, il nostro Ateneo fonda una quota molto rilevante del proprio FFO (67,5%) sul numero di studenti e, quindi, in ultima analisi, sulla didattica. Un confronto con l’Università di Pisa – l’ateneo più vicino a noi per numero di studenti entro il primo anno fuori corso (a.a. 2023/2024: circa 37.000 noi, circa 33.000 Pisa; fonte MUR – FFO 2025) – è illuminante.
UniPa riceve circa 135,5 milioni di euro di quota base, mentre Pisa si attesta a 126,8 milioni: circa 9 milioni in più, spiegabili con la differenza nel numero di studenti. Tuttavia, sulla quota premiale – legata alla qualità della ricerca (VQR) – Pisa ottiene 75,4 milioni di euro contro i nostri 65 milioni. In sostanza, l’Ateneo pisano recupera integralmente lo svantaggio iniziale e lo supera.
Considerando che UniPa e UniPi contano attualmente un numero simile di docenti (circa 1.720), emerge un ulteriore elemento: il carico didattico medio è pari a 21,5 studenti per docente a UniPa contro 19,3 a Pisa. Sul versante premiale, Pisa ottiene circa 0,043 milioni di euro per docente, contro i nostri 0,037.
In questo quadro appare evidente che, per tutelare la sostenibilità dell’Ateneo – obiettivo che dovrebbe essere collettivo – le limitate risorse disponibili dovrebbero essere indirizzate prioritariamente verso quei SSD maggiormente esposti sul fronte della didattica.
Come si inserisce, allora, la vicenda degli RTD-A PNRR all’interno del quadro delineato? È opportuno ricordare che:
a) i progetti PNRR erano focalizzati su tematiche di ricerca specifiche;
b) il reclutamento degli RTD-A era vincolato alle esigenze di tali progetti.
Ne consegue che tali ricercatori sono stati reclutati per sostenere progetti di ricerca, non per rispondere a esigenze di programmazione didattica. Si è trattato di una logica progettuale, non programmatica. Questo ha prodotto evidenti squilibri: una distribuzione fortemente asimmetrica degli RTD-A PNRR tra dipartimenti e un’allocazione su SSD con carichi didattici molto diversi – alcuni superiori a 9 CFU (ricordo che il riferimento regolamentare è 12 CFU, limite massimo per RTD), altri nettamente inferiori.
Parallelamente, altri RTD-A sono stati assunti secondo una logica dipartimentale coerente con le esigenze didattiche, spesso in SSD già gravati da carichi superiori ai 12 CFU, e anch’essi sono prossimi alla scadenza.
Sono consapevole che dietro ogni posizione vi siano persone e percorsi professionali. Tuttavia, sono altrettanto consapevole della ristrettezza delle risorse disponibili. In questo contesto, il segnale fornito dalla recente delibera non sembra orientato a rafforzare il sostegno alla didattica né, quindi, a tutelare l’interesse collettivo dell’Ateneo. Al contrario, rischia di risultare scoraggiante per i molti docenti che sostengono carichi didattici elevati nell’interesse della comunità accademica.
Vi è poi un ulteriore profilo di preoccupazione. Sembra confermato che il MUR preveda il co-finanziamento al 50% (in realtà si tratta del 50% di 0,5 p.o. per l’avvio di posizioni tenure track) di 1.500 RTT a livello nazionale, metà dei quali destinati a RTD-A PNRR. Per UniPa si tratta di circa quaranta posizioni, il cui restante 50% dovrà essere coperto con risorse di Ateneo: circa 10 punti organico e risorse finanziarie corrispondenti. Nella situazione attuale di bilancio e di Indicatore di Spese del Personale, reperire tali risorse non sarà semplice.
Quale orientamento intenderà adottare il CdA nella prossima programmazione? La recente delibera rischia di costituire un precedente problematico.
Se il nostro Ateneo vuole preservare la propria base studentesca – già minacciata dalla denatalità e dalla crescente competitività delle università telematiche – deve ridurre l’eccessivo carico didattico che grava su una parte consistente del corpo docente. L’eccesso di didattica, infatti, incide negativamente anche sulla qualità della ricerca, compromettendo la nostra performance premiale e, dunque, una quota di FFO che risulta sempre più vitale.
Come ricordava John Rawls, oggi purtroppo poco stimato dalla governance del suo Paese, “la giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali”. In questo senso, anche una comunità accademica — al pari di ogni altra comunità organizzata — trova il proprio fondamento nell’equità, intesa come rispetto di regole condivise, imparzialità nei processi decisionali e pari dignità dei suoi membri.
Un caro saluto a tutte e tutti
Giovanni
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