Infondate preoccupazioni #12

Care Colleghe, Cari Colleghi,

In questo numero commento la delibera quadro 2026–2028 approvata recentemente dal CdA. La delibera di programmazione strategica è uno dei documenti più rilevanti nella vita di un Ateneo: vale quindi la pena capire quale strategia intende perseguire UniPa nel prossimo triennio.

1. L'indicatore unico docente: irrispettoso e distorsivo

Per la programmazione ordinaria, la delibera mantiene i criteri sul numero di cessazioni e sul numero di docenti di riferimento, ma introduce un indicatore unico che sostituisce i due precedenti (CFU erogati e numero di studenti). La formula è la seguente:

indicatore unico docente = (CFU dell'insegnamento × studenti del corso di studi) / (numero medio di studenti iscritti alla medesima classe a livello nazionale e di macroregione)

In sostanza si normalizza il valore sulla base della media nazionale/regionale. Questo indicatore è, a mio avviso, irrispettoso per il lavoro dei docenti e dannoso per l'Ateneo. Un esempio chiarisce il problema.

Considerate due docenti, Clarabella e Gastone. Entrambi tengono un corso da 6 CFU: Clarabella ha 200 studenti, Gastone ne ha 20. La media nazionale/regionale degli studenti è 400 per il corso di Clarabella e 20 per quello di Gastone. L'indicatore produrrebbe:

Clarabella: (6 × 200) / 400 = 3

Gastone: (6 × 20) / 20 = 6

Il risultato è paradossale: Clarabella, che sostiene 200 esami, ricevimenti e correzioni, viene valutata la metà di Gastone. Perché un docente dovrebbe insegnare a 200 studenti per vedersi valutare così il proprio lavoro?

La delibera giustifica la normalizzazione con l'attrattività dei corsi di laurea, ma tale attrattività dipende spesso da fattori esogeni — geografici, demografici, storici — su cui docenti e Consigli di Corso di Studi hanno scarsa influenza, e che variano sensibilmente da regione a regione.

L'indicatore produce inoltre un chiaro incentivo distorsivo: spinge i Dipartimenti a spostare il carico didattico verso insegnamenti non penalizzati dalla normalizzazione. Laddove la penalizzazione dipenda dai numeri programmati (imposti da vincoli ministeriali o da limiti strutturali delle aule), l'incentivo implicito è quello di rimuoverli, con ricadute dirette sulla qualità della didattica.

Va infine segnalato che la delibera non specifica come vengano pesate le medie nazionali rispetto a quelle regionali, mancando così di trasparenza. La stessa delibera sembra consapevole delle distorsioni prodotte: al paragrafo 2.2 introduce correttivi per i corsi di Lingue e per le classi con numerosità bassa; al paragrafo 2.3 aggiunge una clausola di salvaguardia sulle risorse.

Una soluzione più equa misurerebbe il lavoro effettivo dei docenti, considerando il numero di studenti solo per la quota supplementare (esami, ricevimento). Stimando 15 minuti per studente e 10 ore per CFU:

Clarabella: 6 + (200 × 0,25) / 10 = 11 CFU

Orazio (20 studenti): 6 + (20 × 0,25) / 10 = 6,5 CFU

Questo approccio valuta in modo uguale l'erogazione dell'insegnamento e in modo differenziato il servizio a platee diverse: rispettoso del lavoro docente e coerente con gli interessi dell'Ateneo.

2. Internazionalizzazione: una scelta miope

La delibera destina un misero 5% delle risorse all'internazionalizzazione (studenti stranieri iscritti, CFU conseguiti all'estero, periodi di mobilità). È un incentivo del tutto sproporzionato rispetto all'urgenza del problema: malgrado i progressi recenti, UniPa rimane fortemente penalizzata in classifiche come il QS Ranking proprio sulla capacità di attrarre studenti internazionali.

A fronte della crescente pressione demografica — alcuni studi stimano una riduzione degli iscritti a UniPa superiore al 25% entro il 2040[1] — il bacino degli studenti internazionali rappresenta una risorsa strategica irrinunciabile. Non dedicarle risorse adeguate è una scelta miope.

3. La ricerca: ancora l'ossessione della quantità

Il 22% delle risorse è attribuito in base alla «produzione scientifica». Il termine è già rivelatore: l'Università non è una fabbrica di prodotti scientifici. Questa deriva pubblicistica di ispirazione industriale è uno dei mali strutturali del nostro sistema accademico.

Due terzi di questo indicatore fanno riferimento alla VQR — un terzo sui prodotti eccellenti/eccezionali del profilo "a", un terzo sul profilo "b". La VQR ha molti difetti, ma è l'unico strumento disponibile in Italia per valutare la qualità della ricerca e si fonda su un approccio peer-to-peer – universalmente riconosciuto per la valutazione della ricerca – e non pone enfasi sulla quantità (circa 2,5 prodotti per ricercatore ogni cinque anni). Il suo utilizzo è quindi apprezzabile.

Il problema è quel terzo residuo, che continua a premiare il numero di pubblicazioni in riviste di classe A e in riviste Q1/Q2 di Scopus e WoS. Non solo si insiste sulla quantità anziché sulla qualità, ma si ignora quanto la letteratura mostri con crescente evidenza: i ranking bibliometrici — compresi Q1 e Q2 di Scopus — possono essere inquinati da journal che, pur avendo ranking elevato, non garantiscono qualità scientifica né, talvolta, integrità editoriale[2].[3].[4].

I risultati storici parlano chiaro. Questo tipo di indicatore ha orientato tutta la fase valutativa precedente, con esiti disastrosi: nella VQR 2020–2024, UniPa si colloca al 55° posto su 61 università pubbliche sul profilo "a" (R = 0,921 vs. media nazionale 0,988), al 55° posto sul profilo "b" (R = 0,934 vs. 0,987), e al 57° posto sul profilo "a+b". La cosa più grave è che la delibera sembra incapace di trarne le conseguenze, riproponendo incentivi già dimostratisi inefficaci.

Una proposta alternativa: la delibera avrebbe dovuto prevedere un indicatore della qualità della ricerca progressivo nel triennio (I_QRt), che pesi di più la VQR appena conclusa all'inizio (I_VQR) e lasci spazio crescente a un indicatore incentivante orientato alla qualità (I_Inc):

I_QRt = α(t) × I_VQR + β(t) × I_Inc

Dove al primo anno (t=1) α = 1, β = 0; al secondo (t=2) α = 0,67, β = 0,33; al terzo (t=3) α = 0,33, β = 0,67. Questa progressività consente di ancorare la valutazione ai risultati storici e di incentivare al contempo il miglioramento.

Per l'indicatore incentivante (I_Inc), nei settori bibliometrici sarebbe preferibile adottare ranking reputazionali (es. ABS per economics, business e management) o, in alternativa, circoscrivere i ranking bibliometrici al top 10% del SJR di Scopus (contro il top 25% di Q1 e il top 25%-50% di Q2). Per i settori non bibliometrici occorrerebbe costruire degli indicatori ad hoc sentiti i colleghi interessati (ad esempio si può incaricare il Consiglio Scientifico di Ateneo, per la definizione degli uni e degli altri indicatori). Con questo standard, un ricercatore che pubblichi un lavoro e ne abbia uno in review in quel range nel triennio avrebbe ragionevole certezza di ottenere un giudizio eccellente o eccezionale alla prossima VQR. Questo dovrebbe essere il vero interesse dell'Ateneo.

4. La Terza Missione: assenza di strategia

La delibera riserva un 5% delle risorse alla Terza Missione, distribuito in base a: a) proventi da ricerche commissionate, trasferimento tecnologico e finanziamenti competitivi; b) numero di spin-off e brevetti; c) numero di attività di terza missione.

Anche qui la VQR 2020–2024 è tristemente eloquente: sul profilo D (Terza Missione) UniPa è al 53° posto su 61 atenei (R = 0,722, ben 24 punti sotto la media nazionale); sul profilo E (Progetti) è al 44° posto su 60 (–11 punti rispetto alla media). Risultati che riflettono una totale assenza di strategia.

Gli indicatori proposti ne sono la conferma. Il punto a) andrebbe ristretto ai finanziamenti competitivi internazionali (gli unici rilevanti nella VQR) anche per evitare sperequazioni tra Dipartimenti con diversa capacità di raccogliere commesse private. I punti b) e c) valorizzano ancora il numero, mentre la VQR ha richiesto un caso per ogni 100 ricercatori — circa uno per Dipartimento — privilegiando la qualità. Serve una strategia per costruire casi di terza missione di livello adeguato.

Considerazioni conclusive

La delibera di programmazione triennale è uno dei principali documenti strategici di un Ateneo. Che strategia emerge da questo testo?

UniPa ha costruito negli ultimi anni la propria crescita quasi esclusivamente sull'aumento degli iscritti — come testimoniato dalla nota congiunta di Rettore e Prorettore Vicario del 25 marzo 2026. Paradossalmente (forse meglio dire “tafazzianamente”), la delibera penalizza i corsi di studio più attrattivi, tagliando il ramo su cui l'Ateneo è seduto.

Sull'internazionalizzazione, la delibera trascura la debolezza dell’Ateneo nei ranking internazionali e la minaccia demografica e ignora che il bacino degli studenti internazionali è forse la principale leva di sviluppo per il prossimo decennio.

Sulla qualità della ricerca — dove rispetto all'Università di Pisa, ateneo di dimensioni analoghe, UniPa perde già oggi 10 milioni di euro all'anno sulla quota premiale — la delibera ripropone gli stessi incentivi fallimentari del passato, dimostrando un'ostinata incapacità di imparare dall'esperienza.

Sulla Terza Missione, manca qualsiasi pensiero strategico.

Mi torna in mente una frase di Peter Drucker: «There is nothing so useless as doing efficiently that which should not be done at all». È esattamente il rischio che questa delibera corre: fare in modo più efficiente ciò che non dovrebbe essere fatto.

Un caro saluto a tutte e tutti,

Giovanni

 

Note

[1] Neodemos, Le università senza studenti, dicembre 2021: https://www.neodemos.info/2021/12/17/le-universita-senza-studenti/

[2] Meho, L. I. (2025). Gaming the metrics: bibliometric anomalies in global university rankings and the research integrity risk index (RI2). Scientometrics, 1–44.

[3] https://www.nature.com/articles/d41586-021-00239-0

[4] Bagues, M., Sylos-Labini, M., & Zinovyeva, N. (2019). A walk on the wild side: 'Predatory' journals and information asymmetries in scientific evaluations. Research Policy, 48(2), 462–477.

 

Commenti

Post popolari in questo blog