Infondate preoccupazioni #14 

Care Colleghe, Cari Colleghi,

come ormai accade puntualmente, il MUR ci accompagna verso il meritato riposo estivo con il decreto di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario. Quest’anno il D.M. n. 982 del 29 luglio 2026, pubblicato lo scorso 7 agosto, merita particolare attenzione, perché consente di leggere con chiarezza non solo quante risorse riceve il nostro Ateneo, ma soprattutto come il nostro Ateneo si posiziona rispetto al resto del sistema universitario pubblico.

In questo numero commenterò quindi il D.M. 982/2026, che, come potete immaginare, ha una grande importanza per il nostro Ateneo.

La sintesi del DM 982/2026

Partiamo dal dato finale. L’Università degli Studi di Palermo riceve complessivamente 223,95 Mln€, con un incremento di 0,681 Mln€ rispetto all’anno scorso. Letto così, il dato potrebbe sembrare rassicurante. In realtà, non lo è affatto.

Il punto, infatti, non è solo se il nostro FFO aumenti in valore assoluto. Il punto è se il nostro Ateneo riesca a mantenere, o possibilmente migliorare, il proprio peso all’interno di un sistema universitario pubblico che quest’anno riceve più risorse.

E qui arriva la cattiva notizia. Il MUR ha messo a disposizione delle Università pubbliche di cui alla Tabella A, nella quale rientra anche il nostro Ateneo, 7.986 Mln di €, cioè 78 Mln di € in più rispetto all’anno scorso. Nel 2025 il nostro Ateneo pesava complessivamente per il 2,71% dell’assegnazione FFO di cui alla Tabella A. Se questo peso nazionale fosse rimasto invariato, avremmo portato a casa circa 2,11 Mln di € in più rispetto all’anno scorso. Ne portiamo a casa, invece, solo 0,681.

La differenza è evidente: il nostro Ateneo lascia per strada circa 1,44 Mln di €, una cifra certamente ragguardevole.Questo accade perché il peso nazionale di Unipa si riduce, passando dal 2,71% al 2,69%.

In sintesi: a) il Ministero aumenta le risorse per le università pubbliche; b) il nostro Ateneo riduce il proprio peso complessivo su base nazionale; c) quindi, Palermo performa peggio degli altri Atenei pubblici e lascia per strada 1,44 Mln di €. Questa, al di là della crescita nominale dell’FFO, è una pessima notizia.

Cerchiamo allora di capire da dove deriva questo risultato.

Quota base

Sulla quota base il nostro Ateneo, anche quest’anno, performa bene. Grazie all’incremento del numero degli studenti regolari di quasi il 3%, la quota ammonta quest’anno a 136,38 Mln di €, con una differenza positiva rispetto all’anno scorso di circa 0,830 Mln di €. A questi si aggiungono altri 4,317 Mln di € relativi all’integrazione della quota base ex art. 238 D.L. 34/2020, circa duecentomila euro in più rispetto all’anno scorso, portando l’incremento complessivo della quota base, rispetto al 2025, a poco più di 1 milione di euro.

Il dato più interessante, tuttavia, non è solo l’incremento in valore assoluto. È il peso su base nazionale: su questa componente, infatti, il nostro Ateneo migliora, passando dal 2,80% dello scorso anno al 2,82%. La crescita degli studenti regolari continua, dunque, a sostenere positivamente la quota base del nostro finanziamento.

Quota premiale

Se sulla quota base il quadro è positivo, sulla quota premiale il giudizio cambia radicalmente. Qui il nostro Ateneo perde terreno. Nel 2026 Palermo riceve complessivamente 64,435 Mln di €, ovvero circa 0,552 Mln di € in meno rispetto al 2025. Il dato è particolarmente grave se letto nel contesto generale: in un anno in cui il MUR aumenta l’FFO di circa 78 Mln di €, Palermo arretra proprio sulla componente che dovrebbe misurare qualità, risultati e capacità competitiva del sistema universitario.

A cosa è dovuta questa debacle sulla quota premiale?

In primo luogo, alla VQR-A, che vale il 60% della quota premiale e riguarda i profili di docenza consolidata. Su questa componente perdiamo circa 0,580 Mln di €. È un risultato purtroppo coerente con la pessima performance qualitativa del nostro Ateneo nella VQR 2020-2024, che ci colloca al 56° posto su 61 università pubbliche.

Sul profilo “politiche di reclutamento – B”, che vale il 20% della quota premiale, registriamo invece un incremento di circa 0,240 Mln di €. Attenzione però: questo incremento non deriva da una migliore qualità dei prodotti di ricerca. È legato alla nostra accresciuta dimensione dei docenti in reclutamento, principalmente riconducibile ai ricercatori PNRR. Anche su questo profilo, infatti, l’indice R, come vi ho già evidenziato, ci colloca al 56° posto su 61 università pubbliche.

Infine, sulla voce “Qualità del sistema universitario – C”, che vale il restante 20% della quota premiale, perdiamo altri 0,210 Mln di € circa. 

Complessivamente, quindi, sulla quota premiale il nostro Ateneo perde circa 552.000 € e il suo peso nazionale si riduce dal 2,60% al 2,54%.

Consentitemi un ulteriore commento su questo punto. La perdita sulla componente VQR era, almeno per me, abbondantemente attesa, visti i risultati deludenti della VQR 2020-2024. Meno attesa, invece, era la perdita sulla voce “Qualità del sistema universitario – C”. Ricordo a me stesso e a Voi tutti che questa voce è relativa a “qualità del sistema universitario / riduzione dei divari” e che, per il 2026, gli indicatori utilizzati dal MUR sono — vedasi allegato 1 del D.M. 982/2026 — i seguenti: a) Orientamento nella transizione attiva scuola-università; b) Partenariati estesi; c) Centri nazionali; d) Ecosistemi dell’innovazione; e) Estensione del numero di dottorati di ricerca e dottorati innovativi per la pubblica amministrazione e il patrimonio culturale; f) Finanziamento di borse di dottorato nelle materie digital e green; g) Dottorati innovativi che rispondono ai fabbisogni di innovazione delle imprese.

Evidentemente, in una o più di queste voci, il nostro Ateneo non è andato bene. Sarebbe utile sapere in quali. Anzi, sarebbe necessario saperlo, perché solo comprendendo dove si è perso terreno è possibile intervenire.

In sintesi, sulla quota premiale il nostro Ateneo, sulla scia di una VQR piuttosto deludente, perde 0,552 Mln di € e vede ridursi il proprio peso nazionale dal 2,60% al 2,54%. In sostanza, a fronte dell’incremento di finanziamento da parte del MUR, se avessimo mantenuto il nostro peso del 2,60%, avremmo avuto circa un milione di euro di disponibilità in più.

Altre voci: Piani straordinari e intervento perequativo

Sulla voce “Piani straordinari”, che com’è noto opera su base dimensionale, il nostro Ateneo si avvantaggia di altri 0,334 Mln di €.

Un’altra mazzata arriva, invece, dall’intervento perequativo. Qui il discorso è un po’ tecnico, ma proverò a renderlo il più semplice possibile. L’intervento perequativo serve, in sostanza, a correggere o attenuare gli effetti redistributivi prodotti dagli altri criteri di ripartizione dell’FFO, in particolare quota base/costo standard e quota premiale.

Esso è composto da tre elementi. Il primo è la quota perequativa ex policlinici – A, che serve a riconoscere un costo strutturale di personale sanitario che grava sull’università. Il secondo è la quota di accelerazione – B, che serve a far convergere più rapidamente gli Atenei pubblici da un sistema di FFO basato sul costo storico al nuovo sistema fondato su quota base, quota premiale e piani straordinari. Il terzo è la clausola di salvaguardia – C, che serve a evitare variazioni troppo penalizzanti dell’FFO da un anno all’altro. L’intervento perequativo è quindi dato dalla somma di A, B e C.

Per il nostro Ateneo, il fattore A vale all’incirca un milione di euro, perché dipende dalla porzione di personale universitario utilizzato dal SSN. Di conseguenza, la vera partita perequativa si gioca soprattutto sulla somma delle componenti B e C.

La componente di accelerazione – B – è disegnata sostanzialmente per incentivare gli Atenei a migliorare la performance peggiore tra quota base e quota premiale. E qui sta il problema. Il nostro Ateneo migliora nella componente in cui già performa meglio, cioè la quota base, ma peggiora nella componente in cui performa peggio, cioè la quota premiale. In questo modo, di fatto, zavorriamo la componente di accelerazione.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: poiché il nostro FFO 2026 è superiore a quello del 2025, non usufruiamo della quota di salvaguardia. Anzi, contribuiamo alla quota di salvaguardia degli Atenei che si trovano con un FFO 2026 inferiore a quello del 2025.

Ancora una volta, quindi, il risultato della VQR ci penalizza. Non solo direttamente, attraverso la quota premiale, ma anche indirettamente, attraverso il meccanismo dell’intervento perequativo.

Implicazioni

Dal quadro che ho provato a ricostruire derivano, a mio avviso, alcune implicazioni rilevanti per il nostro Ateneo.

a) L’Ateneo cresce nel numero di studenti e questo contribuisce a una crescita della quota base di finanziamento che, in termini di peso percentuale, passa dal 2,80% al 2,82%. Questo è senz’altro un aspetto positivo, sul quale l’attuale Governance ha puntato molto: l’attrattività. Tuttavia, questa dinamica pone almeno due questioni. La prima riguarda la replicabilità futura di questa tendenza. La seconda riguarda la sua sostenibilità organizzativa.

Sulla prima ho già detto in passato e mi ripropongo ulteriori considerazioni in futuro. Sulla seconda evidenzio che la crescita degli studenti porta con sé la necessità di investire sia nell’incremento del numero dei docenti, per far fronte al carico didattico, sia nell’ampliamento delle strutture didattiche. Purtroppo, la programmazione in atto e quella pianificata per il prossimo triennio, come noi tutti abbiamo constatato nelle ultime settimane di luglio, non ci consentono di essere ottimisti sulla capacità dell’Ateneo di far fronte ai pensionamenti. Anzi, è evidente che è iniziata una sostanziale cura dimagrante sul fronte del personale docente, che, a causa di un indice di spesa del personale superiore al 76%, non lascia margini nemmeno per il futuro.

Insomma, gli studenti crescono, i docenti decrescono. E questo non può non avere conseguenze sulla qualità della didattica, sulla sostenibilità dei corsi di studio e sulla capacità dell’Ateneo di mantenere standard adeguati.

Anche sul fronte degli investimenti in strutture didattiche il quadro non appare rassicurante. Le ristrettezze di bilancio, al netto delle partite straordinarie del PNRR, e un Indicatore di Sostenibilità Economico-Finanziaria (ISEF) di 1,07 — stando alla Tabella 1 del D.M. 719/2025 — tra i più bassi tra gli Atenei pubblici, non sembrano un buon viatico per l’attivazione di corposi mutui in grado di sostenere la realizzazione di nuove strutture didattiche.

b) L’Ateneo peggiora sulla quota premiale, passando da un peso nazionale del 2,60% nel 2025 al 2,54% nel 2026. Gran parte di questo peggioramento è dovuto a una VQR 2020-2024 che è andata molto male e che purtroppo ci terremo per i prossimi 5 anni. Il punto è che questa cattiva performance non ci penalizza soltanto sulla quota premiale, ma anche sul fronte della quota di accelerazione dell’intervento perequativo. La qualità della ricerca, dunque, produce effetti finanziari diretti e indiretti.

c) L’Ateneo non performa bene nemmeno sulla porzione di quota premiale relativa alla “Qualità del sistema universitario – C. Questo è un dato che meriterebbe un approfondimento specifico, perché coinvolge indicatori che, almeno in parte, sono collegati anche al PNRR. Se davvero il PNRR è andato così bene per il nostro Ateneo, sarebbe utile capire perché proprio su questa componente perdiamo risorse.

Le implicazioni di cui sopra meriterebbero un’ampia e critica discussione su dove il nostro Ateneo stia andando. 

Perché a più di tre mesi dalla pubblicazione dei risultati della VQR 2020-2024 non abbiamo sentito un commento da parte della Governance? Possiamo realmente continuare a puntare quasi esclusivamente sull’attrattività studentesca, trascurando ciò che un Ateneo pubblico dovrebbe garantire, ovvero la qualità della ricerca e l’impatto sul territorio? Possiamo davvero continuare a sostenere che la situazione oggettiva di difficoltà in cui ci troviamo — vi ricordo che alcuni Dipartimenti quest’anno non faranno programmazione in quanto hanno ricevuto risorse sufficienti solamente per pagare i debiti pregressi — sia dovuta esclusivamente al sottofinanziamento dell’Università, quando, in un anno in cui il MUR incrementa le risorse di 78 Mln di €, il nostro Ateneo, che potenzialmente avrebbe potuto avvantaggiarsi per oltre 2 milioni di €, ne porta a casa solo 0,68? Possiamo davvero continuare a dire che il PNRR è andato molto bene per il nostro Ateneo, per poi scoprire che sulla voce “Qualità del sistema universitario”, in cui 3, se non 4, indicatori su 7 facevano riferimento al PNRR, abbiamo performato male?

Il punto, dunque, non è negare i risultati positivi che pure esistono. Il punto è evitare che una comunicazione istituzionale selettiva trasformi alcuni risultati positivi in una narrazione complessivamente rassicurante, mentre gli indicatori più critici raccontano una storia diversa.

Cresciamo negli studenti, ma arretriamo nella quota premiale. Miglioriamo nella quota base, ma perdiamo peso nella qualità della ricerca. Beneficiamo ancora dell’attrattività, ma non appare chiaro se questa traiettoria sia sostenibile con meno docenti, meno margini assunzionali e strutture didattiche già sotto pressione. Diciamo che il PNRR è andato molto bene, ma poi scopriamo che sulla voce “Qualità del sistema universitario”, in cui diversi indicatori sono collegati proprio al PNRR, l’Ateneo perde risorse.

Io, purtroppo, non vedo una discussione adeguata su tutto questo. Vedo, piuttosto, un mainstream comunicativo che tende a esaltare i risultati ottenuti, che certamente ci sono, ma che non commenta e non discute le criticità, che altrettanto certamente esistono. Perché? 

Secondo me viviamo una specie di corto circuito istituzionale in cui il delegato all’Informazione e Comunicazione alla Comunità Accademica, nonché, fatto questo più unico che raro — vedasi D.R. 154/2023 — anche delegato all’attuazione del programma rettorale, sia anche il candidato più accreditato, almeno così sento dire, e non da ora, a ricoprire la carica di Rettore nel prossimo sessennio. 

Come ricordava John Stuart Mill, “chi conosce soltanto il proprio punto di vista, conosce poco anche di quello”. Una sana democrazia, anche e soprattutto all’interno di una comunità accademica, vive infatti di confronto, trasparenza e capacità di mettere criticamente in discussione le proprie certezze. Da ciò il mio auspicio che si apra al più presto un dibattito ampio, rigoroso e partecipato sul futuro del nostro Ateneo. 

Vi ringrazio, come sempre, per l’attenzione e auguro a tutte e a tutti un piacevole e corroborante periodo di meritato riposo.

Giovanni Perrone

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