Infondate preoccupazioni #15
Care Colleghe, Cari Colleghi,
in questo numero commenterò due avvenimenti agostani, la pubblicazione del decreto sulle facoltà assunzionali delle Università, DM n. 1010 del 06-08-2026 – pubblicato il 20 Agosto – e il DPCM 13 Luglio 2026, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 22-08-2026, sugli adeguamenti stipendiali del personale non contrattualizzato. Entrambi i dispositivi legislativi rivestono una grande importanza per noi. Inoltre, ho analizzato gli effetti del DM 982/2026 – il DM di assegnazione dell’FFO – e del DPCM 13 Luglio 2026 sul bilancio preventivo di Ateneo così come approvato dal CdA nella seduta del 19 Dicembre 2025.
Il DM sulle facoltà assunzionali
Nel 2026 l’Università di Palermo mostra alcuni segnali di miglioramento rispetto all’anno scorso, ma permane una debolezza strutturale significativa rispetto sia al sistema universitario nazionale sia agli altri mega-atenei. L’indicatore delle spese di personale migliora dal 76,44% al 75,91%, mentre l’ISEF (Indicatore di Sostenibilità Economico-Finanziaria) sale da 1,07 a 1,08[1]. Tuttavia, questi miglioramenti non riducono in modo sostanziale il ritardo del nostro Ateneo rispetto al sistema nazionale: nel 2025 Unipa aveva un indicatore delle spese di personale superiore alla media nazionale di circa 6,96 punti percentuali e un ISEF inferiore di 0,09 punti; nel 2026 il divario resta pressoché invariato, rispettivamente pari a circa 6,74 punti percentuali e ancora 0,09 punti. In altri termini, Unipa migliora sostanzialmente allo stesso ritmo del sistema, senza riuscire a colmare il grave gap rispetto alla media degli atenei italiani. Questo è un elemento particolarmente rilevante, perché segnala che la fragilità dell’Ateneo non è soltanto congiunturale, ma presenta caratteristiche strutturali.
Il confronto con gli altri mega-atenei conferma questa lettura. Nel 2026 Palermo continua ad avere il più elevato indicatore delle spese di personale tra gli Atenei considerati e, contemporaneamente, l’ISEF più basso. La distanza rispetto ai mega-atenei più solidi rimane ampia: Firenze presenta un indicatore delle spese di personale del 65,40% e un ISEF di 1,23; Sapienza 66,87% e 1,22; Padova 68,53% e 1,18. Anche Atenei più vicini a Palermo, come Bari, Federico II, Pisa e Milano, presentano comunque indicatori migliori. Palermo, dunque, pur migliorando leggermente in valore assoluto, non recupera posizioni relative e resta l’Ateneo finanziariamente più debole nel gruppo dei mega-atenei considerati.
Sul fronte delle facoltà assunzionali, il 2026 è fortemente condizionato dalla riduzione delle cessazioni, che passano da 47,75 a 34,60 punti organico (PO). Ciò determina una riduzione della quota base da 23,88 a 17,30 PO. Tuttavia, il meccanismo redistributivo compensa in parte questo calo: il peso di Palermo sul margine nazionale cresce dall’1,28% all’1,37%, i PO aggiuntivi aumentano da 6,26 a 11,37 e il rapporto tra PO assegnati e turnover dell’Ateneo sale dal 63% all’85%. Di conseguenza, i PO complessivi diminuiscono solo leggermente, da 30,18 a 29,51. Tuttavia, rimane il fatto che disporremo di un numero di punti organico minore di quest’anno e pertanto la cura dimagrante intrapresa quest’anno si protrarrà anche l’anno prossimo.
Il dato più critico rimane però il peso relativo di Palermo nel sistema nazionale. Mentre i punti organico complessivamente distribuiti crescono da 1.381,05 nel 2025 a 1.703,32 nel 2026, con un incremento superiore al 23%, Unipa registra una lieve contrazione. La sua quota sul totale nazionale scende quindi dal 2,19% all’1,73%, segnalando una perdita di peso relativa molto più significativa della riduzione assoluta dei PO.
Nel complesso, quindi, Unipa migliora alcuni indicatori, ma non recupera il divario strutturale rispetto al sistema. Il fatto che il gap su spese di personale e ISEF rimanga sostanzialmente invariato tra 2025 e 2026 è particolarmente importante: significa che il miglioramento osservato non è sufficiente a modificare il posizionamento relativo dell’Ateneo. Palermo resta più esposta sul costo del personale, dispone di un margine finanziario più ridotto e continua a collocarsi all’ultimo posto tra i mega-atenei considerati per entrambi gli indicatori principali di sostenibilità. In un contesto nazionale che nel 2026 amplia sensibilmente la capacità assunzionale complessiva, questa persistente debolezza strutturale si traduce anche in una perdita di peso relativo dell’Ateneo nel sistema.
Il DPCM sugli adeguamenti stipendiali
Il DPCM sugli adeguamenti stipendiali ci consegna un incremento delle componenti stipendiali fisse, cioè stipendi, indennità integrativa speciale e assegni fissi e continuativi, del 2,48% a partire dal 1 Gennaio 2026. Il DCPM dovrà essere recepito dal nostro CdA e successivamente, presumibilmente entro la fine dell’anno, dovremmo vedere l’incremento stipendiale e gli arretrati relativi in busta paga. Vi ricordo che, ai sensi della art. 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, il DPCM sugli aumenti stipendiali dovrebbe essere rilasciato ogni anno, anche se a volte ci sono ritardi cospicui, e l’adeguamento è calcolato in funzione degli incrementi medi contrattuali del personale della pubblica amministrazione dell’anno precedente, calcolati dall’ISTAT. Ovviamente per noi docenti, si tratta di una notizia molto positiva, ma per l’Ateneo?
Gli effetti del DM 982/2026 e del DCPM 13 Luglio 2026 sul bilancio di Ateneo
Il Bilancio di previsione 2026 dell’Università di Palermo è stato costruito su ipotesi che, alla luce dei dati oggi disponibili, risultano più favorevoli di quanto poi effettivamente verificatosi, sia sul versante dell’FFO che, soprattutto, sul versante della spesa per il personale.
Per quanto riguarda l’FFO 2026 (DM 982/2026), l’Ateneo aveva previsto per il 2026 un incremento complessivo nell’ordine di circa 0,8-1 milione di euro, applicando una crescita stimata dello 0,34% rispetto all’assegnazione 2025. Il DM 982/2026 mostra invece che, per la componente principale del Fondo, Palermo passa da 223,264 a 223,945 milioni di euro, con un incremento effettivo di circa 681 mila euro, pari allo 0,31%. Lo scostamento non è enorme, ma evidenzia comunque che le entrate ministeriali crescono meno di quanto ipotizzato nel bilancio. Vi ricordo inoltre che, come evidenziato in “Infondate preoccupazioni #14”, se il nostro Ateneo avesse mantenuto il suo peso nazionale del 2,71%, non scivolando al 2,69% - fatto principalmente addebitabile alla VQR – l’incremento dell’FFO sarebbe stato di 2,12 Mln di euro.
Il problema più rilevante riguarda però gli incrementi stipendiali del personale docente e ricercatore. Nel bilancio l’Ateneo aveva assunto per il 2026 un aumento nell’ordine dell’1%, definendolo una “previsione prudenziale”[2]. Su questa base erano stati stanziati circa 1,139 milioni di euro al netto degli oneri riflessi per professori, ricercatori a tempo indeterminato e ricercatori a tempo determinato. L’adeguamento poi determinato per il 2026 è invece pari al 2,48%. Applicando tale percentuale alle stesse basi retributive utilizzate dall’Ateneo, il costo aggiuntivo rispetto al preventivato può essere stimato in circa 1,7 milioni al netto degli oneri e in oltre 2,3 milioni considerando anche gli oneri a carico dell’Amministrazione.
Il punto critico è quindi che una previsione dell’1% difficilmente poteva essere considerata realmente prudenziale. Lo stesso documento di bilancio riconosceva che nel 2026 si sarebbe completata la coda degli aumenti contrattuali 2022-2024 e che sarebbero iniziati gli effetti del nuovo ciclo contrattuale; inoltre, il meccanismo attraverso cui gli aumenti dei dipendenti pubblici contrattualizzati si trasferiscono sulle retribuzioni dei docenti universitari era perfettamente noto, come era perfettamente noto che l’incremento contrattuale di alcune categorie della pubblica amministrazione come sanità e funzioni centrali si erano chiusi nel 2025 con incrementi ben al di sopra del 2%. Una programmazione realmente prudenziale avrebbe quindi dovuto contemplare uno scenario più oneroso o, quantomeno, prevedere una specifica riserva a copertura del rischio di un incremento sensibilmente superiore all’1%.
Questa sottostima assume particolare rilevanza perché il bilancio preventivo 2026 era già stato chiuso in pareggio mediante l’utilizzo di 6,49 milioni di euro di riserve di Patrimonio Netto. Inoltre, il Collegio dei Revisori aveva già richiamato l’Ateneo alla massima prudenza proprio con riferimento alla crescita dei costi del personale e alla necessità di garantire la sostenibilità finanziaria di lungo periodo.
Nel complesso, quindi, il 2026 presenta un triplice elemento di pressione sul bilancio UNIPA: entrate da FFO leggermente inferiori alle attese, costi stipendiali sensibilmente superiori a quelli preventivati e, soprattutto, incremento dell’FFO che non copre l’incremento stipendiale. È quest’ultimo aspetto a destare maggiore preoccupazione, perché si tratta di un deficit strutturale e ricorrente che si innesta su un bilancio già caratterizzato da un elevato peso della spesa di personale e da margini finanziari limitati. Va da sé, ancora una volta, che se l’Ateneo avesse mantenuto il proprio peso nazionale di 2,71% nel riparto dell’FFO, l’incremento dell’FFO avrebbe coperto l’incremento stipendiale.
Fatemi chiudere questa nota con un ringraziamento al Prof. Onofrio Scialdone, che sembra aver colto il mio invito ad un confronto sull’andamento della VQR per il nostro Ateneo inviando a tutte e a tutti le Sue considerazioni. Spero che ciò possa portare ad un più vasto confronto su questo tema.
Vi ringrazio come sempre per l’attenzione e auguro a tutte e a tutti un proficuo ritorno alle attività istituzionali.
Giovanni Perrone
[1] Vi ricordo che l’ISEF deve essere superiore a 1, e quanto più vicino è all’unità tanto peggio è.
[2] La delibera del CdA del 19 Dicembre 2025 di approvazione del bilancio preventivo di Unipa recita testualmente: “Alla luce delle considerazioni esposte, appare quindi prudente stimare, per il 2026, un incremento percentuale per il personale docente superiore a quello registrato nel 2025 (0,61%), ma comunque contenuto rispetto agli anni precedenti, quantificabile nell’ordine del 1%”.
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